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PENSIONE ANTICIPATA:5 NUOVE VIE PER L'USCITA FLESSIBILE

Redazione- Con la legge di Stabilità per il 2016, il Governo intende dare maggiore flessibilità in uscita ai lavoratori, garantendo una pensione anticipata che superi le rigidità delle attuali regole. L’intenzione è quella di trovare il giusto equilibrio tra condizioni troppo onerose per gli interessati – che potrebbero disincentivare il rapido approdo alla pensione – e quelle, invece, eccessivamente generose – che, al contrario, potrebbero essere utilizzate in massa, aumentando il buco dell’Inps. Il caso più noto, probabilmente, è quello dell’opzione donna, che consente di anticipare il pensionamento se le lavoratrici accettano il ricalcolo dell’assegno con il metodo contributivo. Un’opzione che scadrebbe quest’anno ma che si chiede venga prorogata. E poi ci sono i lavori considerati usuranti, che potrebbero essere estesi a tipologie di impiego finora escluse.La partita più delicata si giocherà con il nodo "coperture", tanto che il ministro del Lavoro Poletti ha chiarito che "l'uscita anticipata dovrà essere compatibile con la tenuta dei conti pubblici", ed è per questo che la riforma verrà varata proprio con la legge di Stabilità.

LA POSIZIONE DEL GOVERNO

È volontà del governo - ha ribadito Poletti - aprire una discussione sulla flessibilità modificando quindi la legge Fornero sulla previdenza. "Dobbiamo trovare un equilibrio tra la maggiore flessibilità e le compatibilità di finanza pubblica. Non vogliamo scaricare altri pesi sulle future generazioni. Non possiamo costruire altro debito», ha spiegato il ministro, che ha ribadito che l'intervento deve essere "a costo zero per le generazioni future".

Mercoledì il presidente dell’Inps Tito Boeri aveva sottolineato che se attuata, l'ipotesi di reintrodurre un meccanismo di flessibilità in uscita per le pensioni basato sul ddl Damiano-Baretta (che vediamo nelle slides successive) potrebbe costare alle casse dello Stato una cifra "ingente": fino a 8,5 miliardi di euro nel picco massimo, nel caso fosse scelto dall'intera platea di italiani con i requisiti.

LE ATTUALI REGOLE

In base alla normativa attuale, per accedere alla pensione di vecchiaia sono necessari almeno 20 anni di contributi e:

– per gli uomini, un’età di 66 anni e 3 mesi,

– per le donne del pubblico impiego un’età tra i 66 anni e 3 mesi e per quelle del comparto privato un’età di 63 anni e nove mesi.

Ai dipendenti pubblici non è consentito di rimanere al lavoro raggiunti i requisiti.

 

Invece, per ottenere la pensione anticipata, è necessario, indipendentemente dall’età, avere:

– per gli uomini: 42 anni e 6 mesi di contributi

– per le donne: 41 anni e 6 mesi di contributi.

Inoltre, fino al 2014, chi vi accedeva prima dei 62 anni subiva una penalizzazione economica sulla quota di trattamento relativa all’anzianità contributiva ante 2012 pari all’1% per ognuno dei primi due anni di anticipo e del 2% per ogni ulteriore anno.

LE PROPOSTE DI RIFORMA

Ecco nelle slides successive le opzioni su cui sta lavorando il Governo.

 

1. Pensione light a 62 anni

Questa opzione consentirà di andare in pensione con almeno 35 anni di contributi e un’età compresa tra i 62 e i 70 anni, con conseguente taglio o maggiorazione dell’assegno previdenziale. In pratica è prevista una penalizzazione economica correlata agli anni di anticipo.

La soluzione è rivolta ai lavoratori di tutti i comparti (pubblico, privato, autonomo), uomini e donne. Rispettando i 35 anni di contributi, è possibile variare l’età del pensionamento a patto che l’importo dell’assegno sia pari almeno a 1,5 volte l’importo di quello sociale.

Invece, con questa nuova proposta, chi si ritirerà dal lavoro prima dei 66 anni, subirà un taglio dell’importo della pensione pari a due punti percentuali per ogni anno di anticipo, fino a un massimo dell’8%. Il taglio si riduce se si possono vantare oltre 35 anni di contributi. Per esempio chi ha 38 anni di contributi e va in pensione a 62 anni subisce una decurtazione del 6,9%, mentre con 40 anni, il taglio scende al 3%.

Viceversa, se si resta al lavoro oltre l’età di riferimento, si matura un assegno più consistente del 2% per ogni anno di età, fino a un +8% a 70 anni. In questo caso avere più di 35 anni di contributi non incide sul “premio”.

In alternativa, chi ha almeno 41 anni di contributi può andare in pensione a prescindere dall’età anagrafica.

2. Staffetta generazionale

Si prevede la possibilità di sostituire (o ridurre l’orario lavorativo) a chi matura i requisiti pensionistici. Ciò al fine di favorire l’ingresso di giovani.

Naturalmente, una volta che il lavoratore-pensionato deciderà di cessare definitivamente il rapporto di lavoro subirebbe un ricalcolo della pensione, considerando anche le ulteriori retribuzioni percepite. Finora la norma è applicabile a condizione che il lavoratore abbia già raggiunto un diritto a pensione.

3. Ripristino delle quote

Si ritornerebbe alle vecchie quote cancellate dalla riforma Monti-Fornero con il raggiungimento di un valore minimo sommando gli anni di contribuzione e l’età. In particolare si potrà accedere alla pensione – per i lavoratori dipendenti pubblici e privati – con quota 100 con almeno 62 anni di età e 35 anni di contributi limitatamente al periodo 2016/2021. Per i lavoratori autonomi la somma è elevata a 101 con una età anagrafica non inferiore a 63 anni. A tale possibilità dovrebbe corrispondere una penalità applicata sull’importo del trattamento pensionistico che subirebbe una decurtazione del 2-3% per ogni di anticipo rispetto all’età ordinariamente prevista.

4. Ricalcolo contributivo

Si prevede l’applicazione del metodo contributivo in luogo di quello misto (post-Fornero o post-Dini) per chi sceglie di andare in pensione prima dei requisiti standard.

5. Estensione dell’opzione donna

Attualmente l’opzione donna è la scelta preferita per le lavoratrici: consente di andare in pensione con 35 anni di contributi e 57 anni di età (58 per le autonome – requisiti innalzati di 3 mesi per l’adeguamento alla speranza di vita), però a fronte del calcolo del trattamento interamente con il metodo contributivo. Ciò comporta una riduzione dell’assegno di almeno il 25-30 per cento.

L’opzione è valida per tutto il 2015, anno entro cui devono essere maturati i requisiti di accesso alla pensione (che poi, per effetto delle finestre mobili, scatta effettivamente fino a 19 mesi dopo). L’Inps, con la circolare 35 del 2012, ha detto invece che entro il 2015 deve essere maturata la decorrenza della pensione.

La riforma vorrebbe fissare invece a 63 anni l’età minima per l’accesso alla pensione di vecchiaia, con una penalizzazione dell’assegno pari al numero di anni di anticipo rispetto ai requisiti standard, diviso la speranza di vita alla data di cessazione dal lavoro.

 

 

Ultima modifica ilSabato, 20 Giugno 2015 20:49

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