TRE SUORE DELLA CONGREGAZIONE DI SANT'ANNA IN VIAGGIO PER ROCCA DI BOTTE NEL LONTANO 1935
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Redazione-Le prime tre religiose, inviate a Rocca di Botte nel 1935, sono suor Antonietta, suor Luciana e suor Andreana. Appartengono alla Congregazione delle Suore di Sant’Anna fondata dalla b. Enrichetta Dominici nel 1834 con lo scopo di educare la gioventù bisognosa e di prestare un servizio di carità a chiunque lo richiedesse. Dalla cronaca della casa stralciamo il seguente interessante appunto. «28 Ottobre 1935. Data memoranda che ricorda la Marcia su Roma del 1922; anche noi marciamo verso l’eterna città; non per ivi la nostra dimora bensì per proseguire e raggiungere un paesello abruzzese situato fra le alte montagne di quella regione. La mattina del 27 ottobre partiamo da Torino di buon mattino; il cielo è terso e limpido come cristallo, ma l’aria è frizzante. Eccoci a Porta Nuova; prendiamo posto in uno scompartimento di terza classe e... addio bella Torino, addio diletto Piemonte... la commozione ci assale, ma tosto i ridenti panorami che si succedono tratto, tratto, attraggono la nostra attenzione e la fantasia si distrae. Il treno corre, vola, divora la via, ovunque, anche nei più remoti paeselli sventola il tricolore, giungiamo a Roma alle 19 precise, salutate e ospitate cordialmente dalle care suore, dove pure pernottiamo. Il mattino, per tempismo, siamo in piedi, assistiamo alla S. Messa, poi con le mani piene di valige ripartiamo per Rocca di Botte meta del nostro viaggio... affrettiamo col pensiero il giungere del treno... eccolo, saliamo, dopo alcuni minuti è in movimento.
Quanta varietà di panorami si presentano allo sguardo! monti alti, giganteschi, quali rocciosi, quali adorni di piante e di verde, burroni profondi e spaventosi, ridenti vallate ricche di olivi in maturazione. Dopo due ore di viaggio, ecco la stazione di Oricola-Pereto i cui paeselli però non si scorgono perché lontani e perduti fra i monti; il treno si ferma, scendiamo: sono ad attenderci con macchina (perché il paesello dista alquanto) le buone suore di Carsoli; tentiamo salire ma veniamo avvisate di attendere la diligenza;eccola infatti a poca distanza: (stile 400) tirata da un solo cavallo, il cui cocchiere anziano dall’aria un po’ burbera, fa cenno di salire. Mentre prendiamo posto, osserviamo l’originale diligenza dai sedili color scuro ornata qua e là da ferite più o meno grandi che lasciano trasparire la paglia di cui sono imbottiti; le tendine chiare crivellate... ci guardiamo meravigliate, non osiamo proferire parola, quella vettura è per noi il più eloquente discorso... ci parla di povertà, di miseria della popolazione fra la quale avremo a trovarci... ma non ci sgomentiamo. A mezza strada sono ad incontrarci due eleganti signorine, le quali si annunziano insegnanti del paese; le invitiamo a salire e proseguiamo; la strada si fa sempre più erta, il paese non deve più essere lontano.
Ecco il Camposanto misero e abbandonato, alcune cappellette, qualche croce e niente più... Sostiamo pensierose recitando una breve preghiera per il povero D. Vincenzo Mastroddi, defunto da pochi mesi il quale lasciò tutto il suo patrimonio per l’apertura dell’asilo. Finalmente verso le ore 12 si scorge il paese: un gruppo di case vecchie scure unite, come per sostenersi le une alle altre poste al fianco di un’alta montagna, ecco tutto... ancora qualche minuto di ascesa e arriviamo: ma no, la vettura è costretta a fermarsi... una lunga fila di bambini a guisa di corteo preceduto da stendardo, è ferma sulla strada, vi sono pure alcuni Balilla e Piccole Italiane; scendiamo, il sacerdote D. Pietro che tiene le veci del parroco, ci porge per primo il saluto; ringraziamo commosse e sorridiamo al piccolo mondo che ci guarda estatico, una bimba si avanza e ci offre un mazzo di fiori, accompagnato da alcune parole di circostanza, quindi il Corteo si ricompone e procede cantando lodi sacre e inni patriottici. Giunto allo svolto della strada, sul limitare del paese, il nostro stupore, la nostra meraviglia è al colmo; tutta la popolazione è ad attenderci; le donne ci presentano i loro bimbi vestiti poveramente si ma belli paffuti e freschi come l’aria che respirano, mentre i più grandicelli girano attorno per osservarci; sul volto di ognuno è un sorriso di soddisfazione che rivela la gioia, la riconoscenza di cui è ripieno il loro cuore, tutti formulano voti ed auguri per il bene che ne consegue al paese. Intanto la campana parrocchiale fa sentire il suo squillo argentino che si ripercuote da monte a monte per annunziare ai contadini sperduti per la campagna, il lieto avvenimento. Giunte di fronte alla casetta che ci deve ospitare, il Corteo si ferma, noi avanziamo commosse, ringraziamo e salutiamo, quindi, accompagnate da parecchie signorine prendiamo possesso della nuova casa e più tardi, lasciate sole, ci sediamo per gustare il saporito pranzetto che le medesime signorine vollero prepararci. Per tutto il giorno è una via vai di persone che ci rivolgono mille domande: quando si aprirà l’asilo? Di che età si ricevono i bimbi? devono avere un grembiulino? di che colore? e ancora molte altre del genere. È sera tarda, già abbiamo chiuse e assicurate le porte quando sentiamo suonare il campanello; titubanti ci rechiamo tutte e tre ad aprire: sono alcuni uomini, i quali domandandoci scusa del ritardo, vogliono vederci salutarci, darci anche loro le benvenute; se era altra epoca, ci dicono, avremmo fatta loro ben altra accoglienza, ma ora il lavoro della vendemmia non ce lo permette. Quanta bontà di cuore in quei poveri montanari! Speriamo non renderci indegne della loro fiducia e promettiamo a noi stesse di fare il possibile per corrispondere ai voti della popolazione, facendo, anche con sacrificio tutto il bene che ci sarà possibile.
Nei giorni seguenti, non potendosi ancora aprire l’asilo facciamo conoscenza del paese; tutti sono intenti alla vendemmia, è l’ultima, la più inoltrata che si fa in Italia (mese di novembre). È una buona risorsa per il paese... bisogna vedere le donne come s’inerpicano spigliate su per sentieri ripidi con grosse ceste rotonde sulla testa colme di uva, i somarelli che trottano su e giù carichi di bigonce... è una festa per tutti, tutti mangiano uva, uva bella color giallo vivo, di sapore dolce, di una dolcezza tutta speciale, qualità privilegiata di questa terra. Anche noi, avendone in abbondanza cominciamo la cura che ripetiamo frequentemente lungo il giorno per più mesi, e l’occupazione principale di questi giorni è la sistemazione in cantina dei grappoli più belli e più sani. Altra risorsa del paese è il frumento; si direbbe impossibile in terreno montano, eppure è da ammirare l’attività di questi contadini che non lasciano incolto neanche un palmo di terreno; ne abbiamo anche una buona provvista in parte macinato ma la farina è così scura che pare mista a terra; ci accorgiamo infatti, mangiando il pane, esser vera la nostra asserzione e per più di un mese gustiamo della specialità di questo pane. Ma a queste cose ci si bada poco; ciò che preme è l’istruzione religiosa di questi fanciulli ed a questa ci dedichiamo con tutto l’impegno. Cominciamo coll’attirarci le fanciulle insegnando loro odi sacre e trattenendole con buone conversazioni, poi andiamo in cerca dei fanciulli, lì invitiamo per la domenica a venire alla messa quindi al catechismo, ed appunto perché li conosciamo ignoranti, prendiamo di loro maggior cura e maggior impegno. Il buon Dio ci aiuti e fortifichi con la sua grazia».(Tratto dal Libro: “Pietro Eremita. L’uomo della speranza” del Prof. Dante Zinanni)
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