ORICOLA,IL SOGNO
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Oricola-Anche lei era andata a servizio. A Roma. Da una zia. Si faceva una volta. Per bisogno, per una sorta di impegno tra parenti, per conoscere la città. Tutto pagato a caro prezzo, naturalmente. Che nessuno da niente per niente. Ma lei, la giovane ragazza oricolana aveva detto di si anche per un'altra ragione. Aveva un sogno da quando era bambina. Vedere il mare. Non l’aveva mai visto, neanche in cartolina. Una sua amica invece si e le raccontava cose meravigliose. L’immensa distesa, le onde, la gente che faceva il bagno, la spiaggia, il sole cocente sulla sabbia. Lei aveva provato ad immaginare ma era difficile. Voleva, doveva vederlo. La zia glielo aveva promesso. E una domenica , dopo tanti mesi di dura servitù e totale obbedienza, finalmente il premio. Al mare! Il filobus, il trenino Roma-Ostia, partenza da Ostiense, il cuore che batteva forte, la fermata finale. Scese dal trenino come in trance. La zia e lo zio che la accompagnavano le dettero uno scossone come per svegliarla. Poi in un bar le offrirono un gelato. Lei camminava senza guardare ne di qua ne di là. Leccava il gelato meccanicamente. Lo sguardo fisso all’orizzonte. Si avviarono verso il pontile. Lei si fermò. Lo vide. Il mare. Era leggermente increspato per una bava di vento e le onde, piccole e birichine, si rincorrevano fino alla spiaggia.Un veliero, come una nuvola bianca, veleggiava all’orizzonte. Il gelato le colò sul vestitello leggero. Stava a bocca aperta a rimirare il suo sogno. “Posso?” domandò alla zia indicando la spiaggia. “Certo” le rispose la donna. “Ma attenta a non bagnarti”. Scese sulla sabbia camminando con attenzione come se avesse paura di affondare. Si avvicinò al bagnasciuga. Un’onda più lunga le baciò i piedi, i calzini, le scarpe. Ma lei non si ritirò, non fece nessun passo indietro. Aspettò immobile altre onde. Non sentiva i rimproveri della zia, le grida dei bagnanti, i gabbiani, la confusione di una calda giornata estiva. Muoveva solo la lingua a raccogliere le lacrime salate che le scendevano lungo le guance che le rigavano il viso.
da"LA STRADA DI CASA STORIE DA ORICOLA e DAGLI oricolani" di Tullio Lucidi
