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MEDAGLIA D’ARGENTO AL VALOR MILITARE – FRANCESCO MACRÌ

Francesco Macrì e La medaglia d'argento al valor militare Francesco Macrì e La medaglia d'argento al valor militare

Una storia tristemente vera 

Redazione- Morgnano. Una piccola frazione del Comune di Spoleto.
È la tarda mattinata del 15 giugno 1944.
Non è la tipica giornata luminosa di giugno, quando il sole sembra voler accarezzare ogni cosa con la sua luce piena. È invece un giorno cupo, intriso di paura e incertezza: l’Italia è ancora stretta nelle convulsioni della rovinosa ritirata nazista, e il nostro Paese, già martoriato, è ferito nell’anima e nella carne.
In quella piccola piazza, nascosto tra cespugli rigogliosi di stagione, c’è un ragazzo di soli 17 anni: Francesco Macrì, classe 1927.
Osserva con occhi giovani ma con cuore già temprato le ultime, frenetiche razzie dei soldati tedeschi, intenti a portare via tutto ciò che poteva ancora essere depredato ai poveri e stremati abitanti. Non è solo: accanto a lui ci sono altri ragazzi, definiti “compagni” – un termine che, più avanti, capirete quanto per me risulta inadeguato. Cercano riparo, ma al tempo stesso osservano, con spirito combattivo e coraggio nascente, ogni movimento del nemico.
Ma il destino, in quei giorni, non lascia scampo.
I soldati delle SS li individuano, urlano loro l’ALT, pronti a compiere nuove esecuzioni sommarie. Ed è in quell’istante che Francesco si fa esempio, guida e forza per gli altri. Con un coraggio che oggi sembra quasi sovrumano, tenta di portarsi su posizioni più avanzate. Lo scorgono, lo colpiscono. Cade a terra, colpito a morte.
Le parole che vi riporto non sono soltanto memoria familiare: sono scritte nero su bianco nel documento ufficiale della Presidenza della Repubblica, allegato alla consegna della Medaglia d’Argento al Valor Militare:
“Era di esempio al proprio gruppo e, nel nobile tentativo di portarsi con temerario coraggio su posizioni più avanzate, veniva scorto e colpito a morte.”
Fin qui, direte, è la tragica “normalità” di quei giorni di guerra. Ma la parte più dolorosa e, insieme, scandalosa, arriva dopo.
Due giorni più tardi, la mia famiglia – una famiglia che portava orgogliosamente il nome Macrì – si stringe attorno alla bara di Francesco, nella piccola chiesa di Morgnano. Mio nonno Saverio, Maresciallo della Guardia di Finanza, padre di Francesco, era uomo di rispetto e di fermezza. Eppure quel giorno, dentro quella chiesa, non c’era nessuno.
Nessun amico.
Nessun vicino di casa.
Nessun compaesano.
Nessuna autorità.
Solo la famiglia, stretta nel dolore e nel silenzio.
Perché? Perché un’intera comunità voltò le spalle?
La risposta brucia ancora oggi: Francesco non era comunista.
La mia famiglia proveniva dalla Democrazia Cristiana. In un’Umbria che, dal dopoguerra, sarebbe stata tinta quasi interamente di rosso, non c’era spazio per chi non si piegava all’egemonia ideologica dominante.
E la discriminazione non finì lì.
Per anni, mai un invito a una cerimonia, mai un ricordo ufficiale, mai un riconoscimento dovuto. Anzi, con incredulo dolore, scoprimmo addirittura l’esistenza di una lapide nel paese di Morgnano, installata dal Comune di Spoleto dieci anni dopo i fatti. Vi si legge:
“Qui caddero combattendo in difesa del proprio posto di lavoro gli operai Francesco Macrì e …”
Mio zio trasformato in ciò che non fu mai: un Operaio Partigiano Comunista.
Una clamorosa, vergognosa mistificazione storica.
Io so, perché lo posso DOCUMENTARE, che quella versione è falsa.
So che Francesco Macrì non era un “Operaio Partigiano Comunista”, ma un ragazzo di 17 anni che ebbe il coraggio di alzarsi, di resistere, di combattere, e di morire per la libertà.
E vi prometto una cosa: finché avrò fiato, non smetterò mai di raccontare questa verità.
Non smetterò mai di denunciare chi ha cercato di sporcare la memoria di mio zio, di trasformare il suo sacrificio in uno strumento di propaganda.
Perché la memoria è sacra. E Francesco Macrì merita di essere ricordato per ciò che fu davvero: un eroe.

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